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Accessibilità dei siti web: chi è obbligato davvero

Dal giugno 2025 l'obbligo non riguarda più solo la pubblica amministrazione. Chi rientra, chi è escluso e cosa serve fare in concreto.

Qoode7 dk okuma
Il test per capire se un'impresa privata rientra negli obblighi di accessibilità: serve che il servizio sia fra quelli elencati dal decreto, come e-commerce, banche, e-book, trasporti e comunicazioni elettroniche, e che l'impresa superi la soglia della microimpresa di dieci dipendenti e due milioni di euro.

Per vent'anni l'accessibilità dei siti è stata un tema della pubblica amministrazione. Dal 28 giugno 2025 non lo è più: riguarda le imprese private, e riguarda in pieno chi vende online.

È un obbligo che quasi nessuno ha visto arrivare, perché non è stato annunciato come una scadenza fiscale. Questa guida dice chi rientra, chi è escluso davvero e cosa serve fare — senza trasformarlo nel progetto di rifare tutto.

Cos'è cambiato, e da quando

La direttiva europea 2019/882, conosciuta come European Accessibility Act, estende i requisiti di accessibilità a una serie di prodotti e servizi offerti da imprese private. L'Italia l'ha recepita con il decreto legislativo 27 maggio 2022, n. 82, che modifica la legge 9 gennaio 2004, n. 4 — la vecchia legge Stanca, nata per il settore pubblico e oggi estesa ben oltre.

Gli obblighi si applicano ai prodotti immessi sul mercato e ai servizi forniti a partire dal 28 giugno 2025. Non c'è un periodo di grazia per i siti già esistenti: se il servizio continua a essere offerto, deve essere conforme.

Rientrate? Il test ha due condizioni, e valgono insieme

Il test per capire se un'impresa privata rientra negli obblighi di accessibilità: serve che il servizio sia fra quelli elencati dal decreto, come e-commerce, banche, e-book, trasporti e comunicazioni elettroniche, e che l'impresa superi la soglia della microimpresa di dieci dipendenti e due milioni di euro.
Le due condizioni valgono insieme. È la seconda a escludere la maggior parte delle piccole imprese di servizi, ma non chi vende prodotti.

Prima condizione: il servizio è fra quelli elencati

Il decreto non riguarda qualunque sito. Riguarda categorie precise: il commercio elettronico, i servizi bancari per i consumatori, i libri elettronici, il trasporto passeggeri, le comunicazioni elettroniche e i servizi di media audiovisivi, insieme ad alcuni prodotti come i terminali di pagamento e i lettori di e-book.

«Commercio elettronico» va inteso in senso largo: è il servizio che permette a un consumatore di concludere un contratto a distanza. Un sito vetrina senza vendita è fuori; un sito con un carrello è dentro; un sito con un modulo di prenotazione che porta a un pagamento è quasi certamente dentro.

Seconda condizione: non siete una microimpresa

Le microimprese che forniscono servizi sono escluse dagli obblighi. La definizione è quella europea: meno di dieci dipendenti e un fatturato annuo o un totale di bilancio non superiore a due milioni di euro. Entrambi i parametri, non uno solo.

Qui sta la distinzione che sfugge quasi a tutti: l'esclusione piena riguarda i servizi. Per i prodotti la microimpresa non è esentata allo stesso modo — può invocare oneri sproporzionati, ma deve poterlo documentare, il che è una cosa diversa dal non avere obblighi.

Un negozio online con dodici dipendenti rientra. Uno con sei no. È una soglia che si supera assumendo, e nessuno si accorge di averla superata.

Cosa vuol dire «accessibile», in pratica

Il riferimento tecnico è la norma europea EN 301 549, che per la parte web rimanda alle WCAG nella versione 2.1, livello AA. Sono centinaia di righe, ma i problemi che si trovano davvero sui siti italiani sono sempre gli stessi sei.

Le sei cose da sistemare per rendere accessibile un sito o un e-commerce: contrasto dei colori, navigazione completa da tastiera, testi alternativi alle immagini, etichette nei moduli, messaggi di errore comprensibili e sottotitoli nei video, più la dichiarazione di accessibilità da pubblicare.
Sei interventi coprono la parte più grande dei problemi reali. Nessuno dei sei richiede di rifare il sito.
  1. 01Il contrasto dei colori. Il grigio chiaro su bianco è la scelta estetica più diffusa e la violazione più comune. Serve un rapporto di contrasto di almeno 4,5 a 1 per il testo normale.
  2. 02La navigazione da tastiera. Tutto quello che si fa col mouse deve potersi fare col tasto di tabulazione, e deve vedersi dove si è arrivati. I menu a tendina e le finestre modali sono i punti dove si rompe.
  3. 03I testi alternativi delle immagini. Descrittivi dove l'immagine porta informazione, vuoti dove è decorativa. Un alt scritto male è peggio di un alt assente, perché viene letto ad alta voce.
  4. 04Le etichette dei moduli. Ogni campo deve avere un'etichetta collegata, non solo un testo grigio dentro il campo che sparisce appena si scrive.
  5. 05I messaggi di errore. Devono dire cosa è sbagliato e come si corregge, in testo, non solo colorando il bordo di rosso.
  6. 06I sottotitoli nei video, quando il video porta informazione e non è solo atmosfera.

C'è poi un adempimento formale che si dimentica sempre: la dichiarazione di accessibilità va pubblicata e deve contenere un modo per segnalare i problemi. Un sito tecnicamente conforme senza dichiarazione è comunque inadempiente.

Cosa si rischia

La vigilanza è affidata all'Agenzia per l'Italia Digitale, che può disporre verifiche e irrogare sanzioni amministrative: il decreto arriva a prevedere importi commisurati al fatturato, fino al 5%.

Ma la sanzione non è il rischio principale, ed è utile dirlo. Il rischio principale è la segnalazione: una persona che non riesce a completare un acquisto ha oggi uno strumento per dirlo, e il reclamo di un utente costa più tempo di quanto sarebbe costato sistemare il contrasto dei colori.

Il vantaggio che nessuno mette nel conto

Un sito accessibile è un sito che i motori di ricerca leggono meglio. Non è una coincidenza: struttura dei titoli corretta, testi alternativi, etichette dei campi e marcatura semantica sono esattamente le cose che rendono una pagina comprensibile a un lettore di schermo e a un indicizzatore.

E c'è la parte commerciale. In Italia le persone con una disabilità che incide sull'uso del web sono milioni, e il numero cresce con l'età della popolazione. Un carrello che non si può completare da tastiera non è un problema etico astratto: è un ordine che non arriva.

Se state costruendo o rifacendo un negozio online, conviene affrontare la cosa adesso: ne parliamo anche nella guida su come aprire un negozio online, perché sistemarlo dopo costa fra le tre e le cinque volte tanto.

Da dove partire se non avete fatto niente

  1. 01Verificate se rientrate, con entrambe le condizioni: il tipo di servizio e la dimensione. Mettetelo per iscritto, perché è la risposta che darete se ve lo chiedono.
  2. 02Fate una prova che non costa nulla: aprite il vostro sito e provate a completare un acquisto usando solo la tastiera. Dieci minuti, e scoprite l'80% dei problemi.
  3. 03Passate un controllo automatico sulle pagine principali. Trova il contrasto e le etichette mancanti, cioè la parte meccanica.
  4. 04Sistemate nell'ordine: contrasto, tastiera, moduli. Sono gli interventi con il rapporto migliore fra costo e problemi risolti.
  5. 05Pubblicate la dichiarazione di accessibilità con un recapito per le segnalazioni.

Quello che non serve fare è rifare il sito. Nella grande maggioranza dei casi si tratta di interventi su colori, marcatura e comportamento dei componenti — settimane, non mesi, e su un sito fatto bene anche meno.

Quando invece il sito è vecchio al punto che ogni correzione ne rompe un'altra, la valutazione cambia e conviene ragionare su un rifacimento: è il discorso che facciamo nella pagina sullo sviluppo di siti web e in quella sull'e-commerce.

Domande frequenti

Il mio sito è solo vetrina, senza vendita: rientro?

In generale no, se non offre nessuno dei servizi elencati dal decreto. Attenzione però ai casi di confine: un modulo che porta a una prenotazione con pagamento assomiglia molto a un contratto concluso a distanza. Se avete un dubbio, la domanda da farsi è se un consumatore può comprare qualcosa senza uscire dal sito.

Ho meno di dieci dipendenti: sono a posto?

Se fornite un servizio e state anche sotto i due milioni, sì. Ma le due soglie valgono insieme, e l'esclusione è pensata per i servizi: se immettete prodotti sul mercato la posizione è diversa e va valutata. Conviene metterla per iscritto una volta, invece di ripensarci a ogni assunzione.

Basta installare uno di quei widget di accessibilità?

No, e in diversi casi peggiorano la situazione: sovrappongono uno strato che interferisce con i lettori di schermo che le persone già usano. L'accessibilità sta nel codice della pagina, non in un pannello che cambia i colori.

Vale anche per l'app, oltre che per il sito?

Sì. Se il servizio è offerto anche tramite applicazione mobile, l'applicazione rientra allo stesso modo. Sui sistemi operativi mobili gli strumenti di accessibilità sono maturi, e il lavoro consiste soprattutto nell'etichettare correttamente i controlli.

Quanto costa mettersi in regola?

Su un sito recente e ben costruito si ragiona in giorni di lavoro, non in settimane. Su un e-commerce con anni di personalizzazioni sopra, dipende da quanto è stato modificato il tema: la voce che pesa non è la correzione in sé, è trovare tutti i punti in cui lo stesso errore è stato ripetuto.

In sintesi

Dal 28 giugno 2025 l'accessibilità è un obbligo anche per le imprese private, per categorie di servizi precise e sopra la soglia della microimpresa. Il riferimento tecnico è EN 301 549, cioè le WCAG 2.1 livello AA, e i problemi reali si concentrano in sei punti che si sistemano senza rifare niente. La dichiarazione di accessibilità è l'adempimento che si dimentica più spesso.

Se volete sapere a che punto siete, la prova della tastiera la potete fare oggi in dieci minuti. Se poi serve una mano a sistemare quello che salta fuori, si parte da una conversazione.

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