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Come aprire un negozio online nel 2026

Cosa serve per vendere online, quanto costa davvero il primo anno e le due regole europee — accessibilità e sicurezza dei prodotti — che decidono come va costruito il sito.

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Confronto dei costi del primo anno per aprire un negozio online sulle tre strade possibili: piattaforma in abbonamento da circa 750 euro, open source su misura da circa 3.700 euro, solo marketplace da circa 500 euro, con il dettaglio delle voci di adempimenti, canone, sviluppo e commercialista.

Aprire un negozio online nel 2026 costa meno che mai e riesce meno spesso che mai. La parte tecnica è diventata quasi banale: in un pomeriggio si mette in piedi un e-commerce funzionante. Quello che è cambiato è tutto il resto — quanto costa farsi trovare, e due regole europee che decidono come il sito va costruito e che quasi nessuna guida italiana nomina.

Questa guida spiega che cosa serve davvero per vendere online, quanto costa il primo anno sulle tre strade possibili, quali obblighi valgono già oggi e come capire se conviene un sito proprio, un marketplace o entrambi. È scritta per chi deve decidere, non per chi deve programmare.

Cosa serve per vendere online: gli adempimenti, in ordine

Cominciamo dalla domanda che viene fatta più spesso, e la cui risposta non piace: no, non si può aprire un e-commerce senza partita IVA. Vendere online in modo continuativo è attività commerciale a tutti gli effetti, anche se il negozio è piccolo e anche se all'inizio si vende poco.

  1. 01Partita IVA presso l'Agenzia delle Entrate: l'apertura in sé è gratuita, e il codice ATECO del commercio al dettaglio via internet è il 47.91.10.
  2. 02Iscrizione al Registro delle Imprese in Camera di Commercio: diritti di segreteria e imposta di bollo per poche decine di euro, più il diritto annuale.
  3. 03SCIA al SUAP del comune: spesso gratuita, in alcuni comuni con diritti fino a un paio di centinaia di euro.
  4. 04PEC e firma digitale, che servono per quasi tutto il resto.
  5. 05Posizione INPS, e INAIL se avrete dipendenti o collaboratori.

Messo tutto insieme, l'avvio burocratico sta fra i cento e i cinquecento euro, a seconda del comune e di quanto ne delegate al commercialista. È la parte meno costosa e meno interessante del progetto, ed è anche l'unica che va fatta prima di tutto il resto.

Il regime forfettario resta possibile anche vendendo online, entro i limiti di ricavi previsti. È una conversazione da fare con il commercialista prima di scegliere dove vendere, perché i marketplace cambiano il conto.

Quanto costa aprire un e-commerce nel 2026

Le strade sono tre e la differenza non è la qualità: è quanto del negozio è vostro e quanto lavoro vi resta addosso.

Confronto dei costi del primo anno per aprire un negozio online sulle tre strade possibili: piattaforma in abbonamento da circa 750 euro, open source su misura da circa 3.700 euro, solo marketplace da circa 500 euro, con il dettaglio delle voci di adempimenti, canone, sviluppo e commercialista.
La voce che decide se il negozio vive non è nella tabella: è quanto costa farsi trovare.

Piattaforma in abbonamento

Shopify e simili: il negozio esiste già, voi caricate i prodotti. I piani per l'Italia partono da poco meno di trenta euro al mese per il livello base, salgono verso gli ottanta per quello intermedio e arrivano a diverse centinaia per l'avanzato. Si parte in giorni. Il limite arriva dopo: le personalizzazioni passano da app a pagamento che si sommano, i dati stanno da loro, e il canone cresce con voi.

Open source su misura

WooCommerce, PrestaShop e affini non hanno commissioni di piattaforma: si paga solo il gateway di pagamento, in genere intorno all'1,5% più pochi centesimi con Stripe, un po' di più con PayPal. In cambio serve qualcuno che se ne occupi. Ha senso quando il modo in cui vendete non entra negli schemi pronti — listini per cliente, configuratori, spedizioni con regole vostre, collegamento al gestionale.

Solo marketplace

Amazon, eBay, Etsy: nessun sito da costruire, e i clienti sono già lì. Si paga una commissione su ogni vendita, e si accetta di non avere il rapporto con il cliente — non i suoi dati, non la sua email, non la seconda vendita se non passa di nuovo da lì.

La voce che decide se il negozio vive non è in nessuna di queste tre colonne: è quanto costa farsi trovare. Su un e-commerce nuovo è quasi sempre la spesa più alta del primo anno, e chi la scopre dopo aver speso tutto il budget nel sito si trova con una vetrina perfetta in una via senza passanti.

Le due regole europee che cambiano come si costruisce il sito

Questa è la parte che manca in quasi tutte le guide in circolazione, e riguarda chiunque venda online in Europa — non solo le grandi aziende.

Le due regole europee già in vigore per gli e-commerce: dal 13 dicembre 2024 il GPSR sulla sicurezza dei prodotti richiede un responsabile nell'Unione, avvertenze su ogni scheda e tracciabilità della filiera; dal 28 giugno 2025 l'European Accessibility Act impone le WCAG 2.1 livello AA, con termine al 28 giugno 2030 per i siti già esistenti.
Non sono adempimenti da aggiungere dopo: cambiano come il sito viene costruito.

GPSR: la sicurezza dei prodotti, dal 13 dicembre 2024

Il Regolamento UE 2023/988 si applica a tutti i canali di vendita, e-commerce compreso. Richiede che per ogni prodotto destinato a consumatori dell'Unione esista un responsabile della conformità con sede nell'UE, che ogni scheda prodotto riporti istruzioni e avvertenze di sicurezza, e che la filiera sia tracciabile abbastanza da poter richiamare un prodotto in fretta.

Per chi vende prodotti importati da fuori Europa è il punto più delicato: senza un responsabile nell'UE, quei prodotti non si possono mettere in vendita. E per il sito significa campi in più su ogni scheda, non una pagina informativa in fondo.

Accessibilità: dal 28 giugno 2025 vale anche per gli e-commerce

L'European Accessibility Act è in vigore dal 28 giugno 2025 e il commercio elettronico rientra espressamente nel suo campo di applicazione. Il riferimento tecnico sono le WCAG 2.1 di livello AA: contrasti sufficienti, navigazione completa da tastiera, moduli con etichette leggibili da uno screen reader, immagini con testo alternativo.

Chi era già online prima di quella data ha tempo fino al 28 giugno 2030 per adeguarsi. Ma un negozio nuovo, o una versione rifatta di uno esistente, deve essere accessibile adesso.

Siete esenti? Il test che quasi tutti leggono male

Esiste un'esenzione per le microimprese che forniscono servizi, e viene interpretata con troppa disinvoltura. Non basta essere piccoli su uno dei due fronti: servono entrambe le condizioni insieme.

Il test dell'esenzione dall'obbligo di accessibilità: si è esenti come microimpresa di servizi solo se si hanno meno di dieci dipendenti e meno di due milioni di fatturato insieme; superata anche una sola soglia il sito deve rispettare le WCAG 2.1 livello AA, con sanzioni in Italia fino al 5% del fatturato o 40.000 euro.
L'esenzione richiede due condizioni insieme: basta superarne una per rientrare nell'obbligo.

Un'impresa con sei dipendenti e tre milioni di fatturato non è esente. Un'impresa con dodici dipendenti e ottocentomila euro di fatturato non è esente. E l'esenzione non vale comunque per chi fabbrica prodotti, solo per chi fornisce servizi.

In Italia le conseguenze sono concrete: dopo una diffida di novanta giorni si arriva fino al 5% del fatturato annuo per i soggetti già coperti dalla legge Stanca e fino a quarantamila euro per gli altri, oltre all'esclusione da bandi e gare che richiedono la conformità — il che tocca anche chi vende alla pubblica amministrazione.

La buona notizia è che un sito costruito bene è quasi accessibile per costruzione: le WCAG chiedono in gran parte cose che migliorano il negozio per tutti — contrasti leggibili, moduli chiari, pagine che funzionano anche da tastiera. Rifarlo dopo costa; farlo giusto dall'inizio quasi niente. È il modo in cui affrontiamo lo sviluppo e-commerce da prima che diventasse un obbligo.

Sito proprio o marketplace: come si decide

Non è una scelta ideologica ed è raramente definitiva. Cambia in base a cosa vendete e a chi vi conosce già.

  • Se vendete un prodotto che le persone cercano per nome — un ricambio, un modello preciso, una marca — il marketplace vi porta domanda che non avreste. Conviene esserci.
  • Se vendete qualcosa che va spiegato, scelto o configurato, il marketplace lo appiattisce a una scheda uguale alle altre e vi mette accanto a chi costa meno. Lì serve un sito vostro.
  • Se avete già clienti — un negozio fisico, una comunità, una lista di contatti — il sito proprio parte avvantaggiato, perché la parte costosa, farsi trovare, l'avete già pagata altrove.
  • Se non avete né prodotto ricercato né clienti, nessuna delle due strade funziona da sola: il problema non è il negozio, è la domanda.

La combinazione che vediamo funzionare più spesso è usare il marketplace per farsi trovare e il sito proprio per trattenere: chi ha comprato una volta viene portato sul canale diretto, dove il margine è intero e il cliente è vostro.

Cosa decide davvero se un e-commerce vende

Al netto del prodotto e del prezzo, poche cose fanno la differenza fra un negozio che converte e uno che raccoglie visite.

  • La velocità delle pagine di catalogo e prodotto. È il fattore che si sente per primo da telefono, dove arriva la maggior parte del traffico.
  • Il checkout: ogni campo in più è gente che se ne va. L'acquisto senza registrazione obbligatoria è quasi sempre la scelta giusta.
  • Le spese di spedizione mostrate presto, non all'ultimo passo. La sorpresa sul totale è la prima causa di carrelli abbandonati.
  • Una politica di resi scritta in modo comprensibile: il diritto di recesso di quattordici giorni esiste comunque, tanto vale usarlo come argomento di vendita.
  • Gli ordini che arrivano nel gestionale da soli. Ribattere a mano funziona finché gli ordini sono pochi, e smette di funzionare proprio quando le cose vanno bene.

Quest'ultimo punto è quello che ci viene chiesto più spesso a negozio già avviato, e quasi sempre si risolve collegando i sistemi invece di cambiarli: ne parliamo nella pagina sulle integrazioni fra sistemi. Se invece il negozio è ancora da fare e vendete anche in un punto vendita fisico, vale la pena guardare come lavora un gestionale collegato al magazzino prima di scegliere la piattaforma.

Gli errori che vediamo più spesso

  • Spendere tutto il budget nel sito e niente per farsi trovare. È il modo più comune di chiudere entro un anno.
  • Caricare il catalogo intero il primo giorno. Meglio partire con quello che si vende davvero e aggiungere dopo: un catalogo enorme e poco curato non converte e non si posiziona.
  • Trattare le schede prodotto come un adempimento. Sono le pagine che portano traffico e sono anche quelle su cui GPSR chiede informazioni precise: valgono l'investimento due volte.
  • Rimandare l'accessibilità a dopo il lancio, quando rifarla costa dieci volte tanto e nel frattempo l'obbligo è già in vigore.
  • Scegliere la piattaforma prima di aver deciso come si spedisce. Le regole di spedizione sono la cosa che più spesso non entra negli schemi pronti.

Domande frequenti

Posso aprire un e-commerce senza partita IVA?

No, se la vendita è continuativa. La partita IVA è obbligatoria e la sua apertura è gratuita: il costo vero sono gli adempimenti attorno e il commercialista. Le vendite occasionali fra privati sono un'altra cosa e non sono un negozio online.

Quanto tempo serve per aprire un negozio online?

Gli adempimenti richiedono giorni. Un negozio su piattaforma in abbonamento, con un catalogo ridotto, può essere online in poche settimane. Un e-commerce su misura, collegato al gestionale e con regole di spedizione vostre, richiede mesi. La differenza è quanto del vostro modo di lavorare deve entrare nel sito.

Meglio Shopify o WooCommerce?

Shopify se volete partire in fretta e non avete nessuno che se ne occupi: pagate un canone e vi togliete la manutenzione. WooCommerce se avete già un partner tecnico o esigenze che gli schemi pronti non coprono, accettando che la manutenzione è vostra. Nessuna delle due è migliore in assoluto: cambia chi tiene in piedi il negozio.

Devo rendere accessibile il sito anche se sono piccolo?

Dipende da due numeri insieme: siete esenti solo se avete meno di dieci dipendenti e meno di due milioni di fatturato. Superata anche una sola delle due soglie, l'obbligo c'è. E vale la pena farlo comunque: l'accessibilità migliora il negozio per tutti i clienti, non solo per quelli con una disabilità.

Serve la SCIA per vendere online?

Sì, si presenta al SUAP del comune dove ha sede l'attività. È un adempimento rapido, spesso gratuito, e va fatto prima di iniziare a vendere.

Posso vendere online e in negozio con lo stesso magazzino?

Sì, ed è la configurazione che consigliamo quando esiste un punto vendita: un solo magazzino, aggiornato da entrambi i canali. Due archivi separati sembrano più semplici all'inizio e diventano il problema principale al primo picco di vendite.

In sintesi

Aprire un negozio online nel 2026 richiede tre cose in quest'ordine: gli adempimenti, che costano poco e vanno fatti prima; una decisione onesta su dove vendere, che dipende da chi vi conosce già; e un sito costruito rispettando due regole europee che sono già in vigore e che non si aggiungono dopo.

Il budget, invece, va diviso diversamente da come lo divide quasi tutti: meno nel sito e molto di più nel farsi trovare. Un negozio discreto con clienti vende; un negozio perfetto senza clienti no.

Se volete capire quale delle tre strade regge i vostri numeri, la verifica è breve: cosa vendete, chi vi conosce già e come spedite. Si parte da una conversazione.

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